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QUEL PICCOLO MONDO DI IERI Il segretario comunale

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segretario

“I ricordi che ci riportano nel passato hanno qualcosa da suggerirci, da insegnarci. Conservano esperienze, desideri raggiunti, ideali che solo il futuro ha potuto accertare. Nel mio piccolo mondo di ieri, povero di cose e ricco d’umano, ho conosciuto persone, vissuto fatti che hanno lasciato in me il desiderio di correre verso il futuro con in mano la fiaccola accesa.” Don Chino Pezzoli

Il  segretario comunale 

Il prete, medico e farmacista, il segretario comunale contavano tra i notabili del paese. Non so nemmeno come si chiamasse il segretario di un paese tra le mie valli. Era una persona sulla sessantina, distinta, con camicia, cravatta e una giacca scura che s’accompagnava ai pantaloni ben stirati che conservano una piega impeccabile dalla cintura in giù. Allora erano in pochi a indossare un vestito completo di stoffa leggera o pesante. 

Di solito, i poveri, quelli che a stento varcavano il lunario, vestivano giacche e pantaloni già usati, spesso troppo stretti e corti o troppo larghi e lunghi. Il segretario non apparteneva alla plebe, lui sapeva leggere e scrivere con penna e calamaio e molti si rivolgevano a lui in occasione delle nozze di un amico, di un telegramma che non fosse il solito “auguri vivissimi” e per il santino di un defunto che non ripetesse l’usato “padre esemplare, cittadino integerrimo”. Il segretario aveva parole appropriate per contadini, operai, casalinghe e anche per gente che passeggiava con il naso in su per quei quattro soldi in più. 

Per il basso ceto, in occasione delle nozze, scriveva il consueto augurio: “Sempre come oggi vi sorrida la vita”. Per quelli del ceto medio o alto, lo sfoggio culturale non poteva mancare: “Sia la vostra vita un incanto per sempre”. Se poi si trattava di qualche bigotto dell’Azione Cattolica, il riferimento religioso non mancava mai: “Siate due in una carne sola”. Per la coppia fascista come lui, desiderosa d’ottemperare alle direttive demografiche del duce, scriveva: “Andate e moltiplicatevi”. Il segretario però preferiva mettere a disposizione la sua cultura per le lettere, specie quelle d’amore. 

Se un giovanotto doveva sedurre una bella donna recalcitrante, il segretario lo assicurava che le sue missive piene di sospiri struggenti, seducevano il cuore dell’interessata. Per ogni situazione sentimentale assicurava il cliente di possedere una ricetta. Per l’attempato che si era invaghito di una giovane donna gli offriva lettere ponderate: “So che coltivo un sogno impossibile, ma non posso fare a meno di scriverle”. Se poi si trattava di un giovane che aveva vissuto nella dolce vita e desiderava avvicinare una fanciulla pudica: “Riconosco benissimo che i miei trascorsi possono giustificare la vostra ritrosia, ma dovreste sapere che gli uomini “navigati”, che ne hanno fatte di tutti i colori, quando decidono di mettere la testa a posto, lo fanno sul serio”. 

Il segretario si prestava pure a dare suggerimenti, consigli. Se una donna riferiva al segretario che il marito aveva l’amante, il suo parere era sempre il medesimo: “L’amore a tre dura poco”. Se invece si trattava di un uomo cornificato, il  segretario non esitava a proferire giudizi perentori e a sentenziare l’accaduto con termini offensivi. La donna non doveva tradire, non poteva barattare con un altro uomo il suo corpo. Consigliava quindi il malcapitato d’intervenire, denunciare e assicurare al rivale una manica di botte. 

Nelle controversie familiari per l’eredità, il segretario era abilissimo nell’assicurare che avrebbe garantito a “Cesare quel che è di Cesare”. Con qualche personale preferenza s’intende. Quando qualcuno lo tacciava d’imparzialità nel dare consigli sull’eredità, si metteva con le mani conserte e proferiva il solito proverbio: “La farina del diavolo va in crusca”. Chi fosse poi l’erede di tale farina non lo diceva mai. Se qualcuno poi si rivolgeva al saggio segretario per qualche dissesto economico commerciale, per  tranquillizzarlo gli parlava di “raffreddamento economico”, di “inflazione monetaria”, di “crisi della domanda”. Che cosa capisse il commerciante è difficile saperlo, certamente tornava a casa rimuginando nella sua zucca quel “raffreddamento economico” guaribile forse con qualche aspirina. 

Non risparmiava, nelle sue consuete soste nell’osteria, tra un calice di rosso e l’altro, alcuni giudizi categorici su certe persone del paese. Chi non aveva voglia di lavorare era chiamato fannullone, sfaticato, mangia pane a tradimento, parassita. Chi poi aveva idee contro il duce e il partito fascista veniva indicato come traditore, nemico della patria, partigiano da curare con olio di ricino. Le sentenze del segretario innaffiate dal mosto rimanevano impresse nella gente comune e doveva passare molto tempo prima che venissero smentite. 

Il suo linguaggio si avvolgeva in eufemistici veli di prudenza, di modestia.  Evitava la parola seno per non suscitare morbosità. Il termine coscia era sostituito con quello meno erotizzante di gamba o arto inferiore. Le donne non partorivano, davano alla luce. Gli organi genitali li chiamava parti intime, vergogne. E il rapporto sessuale tra uomo e donna copulazione. La gente del paese diceva che non aveva mai avuto una donna, forse per questo il suo linguaggio sessuale era velato, scrupoloso.

Un buon uomo. Il parroco che ufficiò le sue esequie fece un breve sermone, conservato sul bollettino parrocchiale: “Il segretario ci ha lasciato, rimane in noi il ricordo di un uomo, di un amico”.  Sì, un uomo che aveva  buttando sui fogli di carta parole, concetti, auguri, condoglianze. Un uomo tutto di un pezzo, fedele al duce, al re e alla religione. Un uomo che aveva fatto un po’ di bene, a  modo suo.