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QUEL PICCOLO MONDO DI IERI : LE ROGAZIONI

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ROGAZIONI

“I ricordi che ci riportano nel passato hanno qualcosa da suggerirci, da insegnarci. Conservano esperienze, desideri raggiunti, ideali che solo il futuro ha potuto accertare. Nel mio piccolo mondo di ieri, povero di cose e ricco d’umano, ho conosciuto persone, vissuto fatti che hanno lasciato in me il desiderio di correre verso il futuro con in mano la fiaccola accesa.” Don Chino Pezzoli

Le Rogazioni

Mai sentito parlare di Rogazioni? Introdotte con l’avvento del cristianesimo, consistono in preghiere, processioni e benedizioni ai campi eseguiti al fine di propiziare un buon raccolto. Da bambini mia mamma ci sveglia alle cinque del mattino per partecipare alle Rogazioni. Sono rimaste nella mia memoria alcune invocazioni che il prete recitava in latino mentre aspergeva con l’acqua benedetta i campi: “A fulgure et tempestate, libera nos Domine”, dal fulmine e dalla tempesta, liberaci Signore. “A peste, fame, et bello, libera nos Domine! A flagello terraemotus, libera nos Domine!”, dalle calamità, peste, guerra e terremoto, liberaci Signore.

Noi ragazzi, allineati in processione, osservavamo i contadini che con il cappello in mano si inginocchiavano e pregavano perché il raccolto dell’annata fosse abbondante e mentre il sacerdote aspergeva i campi si facevano il segno della croce. I nostri nonni e genitori ritenevano quei riti importanti. Non solo. Nella festa delle Palme portavano a casa alcuni ramoscelli d’olivo e l’acqua benedetta: l’ulivo da bruciare nel camino per alleggerire le nubi durante i temporali e l’acqua benedetta per spargere nei loro campi, qualora qualche insetto danneggiasse il raccolto.

Lo scopo quindi delle Rogazioni e altri riti del passato era quello di attirare la benedizione divina sul lavoro nei campi, sui frutti della terra, sui boschi perché non bruciassero.  Malgrado il progressivo affievolirsi di una tradizione che fino a pochi decenni fa era rispettata da ogni contadino, ora la scarsità della pioggia per i campi, la tempesta, il terremoto e altre calamità sono scongiurate, almeno sembra, dalle capacità umane.  

In passato ogni bene che sostentava la vita dell’uomo era dono di Dio, godeva quindi della sua protezione. Si invocava quindi con preghiere e suppliche, per prevenire qualsiasi calamità e qualora l’annata non corrispondesse alle attese, il credente affidava il disagio, la povertà e le sofferenze conseguenti alla provvidenza divina.  L’affermazione che ripetevano i nostri nonni: “Quello che Dio vuole non è mai troppo”.

All’epoca l’agricoltura rappresentava l’attività di gran lunga più diffusa: essa forniva sia il lavoro sia direttamente anche i prodotti necessari alla sussistenza. Accanto a questa l’artigianato era in grado di creare tutta quella serie di prodotti collaterali che coprivano le necessità immediate più importanti: vestiario, attrezzi necessari al lavoro, prodotti utili per la casa. C’era la forte esigenza di implorare la benevolenza divina su tutto.

Al termine della processione nei campi il prete celebrava la messa e pronunciava altre preghiere perché grazia divina proteggesse il raccolto, sostenesse la fatica dei contadini, assicurasse alla famiglia il necessario per vivere. Al ritorno dalle Rogazioni, uomini e donne, indossavano gli abiti da lavoro e prendevano con sé gli attrezzi agricoli e si avviavano verso i loro campi, sicuri che Dio avrebbe ascoltato le loro preghiere.