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Altruisti si diventa

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Altruisti si diventa

Altruisti non si nasce, ma si diventa con una buona preparazione. Il primo impegno consiste nello stare a contatto con gli altri. Il volontariato promuove la cultura dell’altruismo e della generosità, partecipando attivamente alla condivisione dei problemi. Una compartecipazione solidale, ragazzi e ragazze, profondamente motivata. Questa disposizione interiore o sensibilità all’altruismo può avere radici religiose, etiche, umanitarie, sociali, politiche e culturali. Non basta una generosità velleitaria, occasionale, che mette in mostra una generosità apparente. L’altruismo deve essere presente in noi come spinta, motivazione, promozione del bene sociale. Non può ridursi ad alcune azioni sporadiche, interventi di emergenza che, seppur validi, non costruiscono una mentalità altruistica. L’altruismo è un tratto della nostra personalità che si ottiene attraverso esperienze educative.

Personalità altruista

L’agire solidale, certamente, è un tema complesso, che non va considerato come un insieme di comportamenti altruistici messi in atto nelle calamità o nelle disgrazie sociali. Si è solidali interiormente: ossia c’è un modo di pensare solidale che promuove attenzione, cura verso gli altri. Teniamo sempre presente che la caduta delle ideologie e delle motivazioni religiose ha dato origine a una cultura individualista, relativista, in cui si favorisce una solidarietà più immaginaria che reale. Viviamo purtroppo in un’epoca in cui regnano l’inconsistenza e l’effimero di tutto ciò che si pensa e si compie. Tutto cambia troppo rapidamente e nulla sembra superare la prova del tempo. Le azioni che intraprendiamo mancano di resistenza, di continuità, non hanno durata, sono prive di spina dorsale. Non siamo corazzati per un lungo periodo di disponibilità solidale. Intervengono spesso motivazioni personali a interrompere la partecipazione e la collaborazione. Ha il sopravvento, soprattutto, quel “reflusso nel privato” legittimato da una mentalità prettamente basata sull’utile e non sul bene. Quel “pensa ai tuoi problemi” o “fa quello che ti piace” risuona come un monito a curare il proprio “campicello”. 

Solidarietà una tantum

Qualcuno ha scritto che siamo altruisti “una tantum”, come se la nostra generosità fosse pilotata unicamente da interventi di “pronto soccorso” nelle calamità naturali o sociali (terremoti, nubifragi, attentati e altro). Voi stessi, ragazzi e ragazze, siete descritti dai media come i soccorritori di emergenza: “gli angeli del fango”, “la gioventù solidale”, “I buoni samaritani”. Ciò che vale per il singolo, si rispecchia anche nelle associazioni, che faticano a strutturarsi e organizzarsi per assicurare una solidarietà continuativa. Del resto, non è semplice mantenere viva nel tempo una cultura altruistica, quando la realtà attorno a noi e nella quale siamo immersi cambia rapidamente, è confusa e contraddittoria. Se negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso il contesto in cui ci si muoveva era più ideologizzato e politicizzato con aree politiche solidali, ma anche più semplice da interpretare, oggi non è più così: tutto è più confuso, soggettivo, parcellizzato. Caduti i valori espressi attraverso l’ideologia e la religione, il mondo non è migliorato: ci sono più poveri, l’ambiente è maggiormente devastato, la sofferenza delle persone non diminuisce, le disuguaglianze aumentano. L’inconsistenza in cui viviamo, infatti, ha reso tutto più “privato”. Questo è il problema morale, purtroppo taciuto.

La crisi in atto

Sono in crisi, cari amici, la solidarietà e la partecipazione sociale. Sembra che l’uomo del nostro tempo pensi solo a sé e favorisca ciò che gli è utile. I valori sociali di collaborazione e condivisione si riducono a un miraggio, a un insieme di affermazioni verbali. Non c’è spazio per l’altruismo e la solidarietà, perché l’attenzione è riservata al profitto personale. È invece più frequente il principio che salvaguarda gli interessi personali e il successo del singolo gruppo economico, magari a scapito di altri. Il nostro fare, costruire e progredire devono avere presente il bene sociale, cioè di tutti. Il menefreghismo dilagante si regge su una visione miope della società che promuove il benessere di pochi e la povertà di molti. La crisi in atto non è per niente economica, produttiva: è soprattutto morale. A livello politico si accetta e legittima che i beni prodotti grazie anche alle tecnologie avanzate siano solo di alcuni, a scapito della maggioranza dei cittadini. La causa della povertà e della miseria tra i popoli va cercata nel monopolio dell’utile. Ritornano con forza nella nostra mente le parole di Gesù: “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non l’ha e chi ha da mangiare faccia altrettanto”.