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I GRANDI MAESTRI DELL'UMANITA' - Fedor Dostoevskij

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Scrittore russo nasce nel 1821 a Mosca, muore nel 1881 a San Pietroburgo. Già all'età di 18 anni il futuro scrittore scrive al fratello Michail: "L'uomo è un enigma che deve essere risolto, e chi va alla ricerca della soluzione per tutta la vita non può dire di aver sprecato il proprio tempo; io mi dedico a questo enigma poiché voglio essere un uomo".

Nel 1844 Dostoevskij riesce a ottenere il congedo da ufficiale per dedicarsi interamente alla letteratura e l'anno successivo esce il suo primo romanzo, Povera gente. Influenzato da Balzac e Gogol´, esso ha come protagonista un povero impiegato che tenta di recuperare la propria dignità umana schiacciata dalla gerarchia e dalle convenzioni sociali. Il romanzo viene accolto bene dalla critica del tempo, molto attenta al valore sociale della letteratura.

 A partire dal 1847 Dostoevskij frequenta un gruppo di giovani impegnati nella critica della società russa e soprattutto della servitù della gleba; arrestato nell'aprile 1849 con molti compagni, lo scrittore viene condannato a morte, condotto al luogo dell'esecuzione e solo all'ultimo momento graziato e spedito in Siberia ai lavori forzati: l'attesa della fucilazione imminente verrà rievocata più volte da Dostoevskij. Afferma che attraverso  tale esperienza  lo spirito umano si rafforza perché riconosce il vero valore della vita.

Fondamentale è anche l'esperienza dei lavori forzati (in russo katorga) che Dostoevskij sconta dal 1850 al 1854, vivendo fianco a fianco con rappresentanti di un'umanità che nessuno scrittore prima di lui aveva mai neanche intravisto. Scriverà poi: "Fra i criminali ho riconosciuto finalmente degli uomini"; e ancora: "Ci sono caratteri profondi, forti,

La fine dell'esilio coincide con un periodo di grande fermento: il nuovo zar Alessandro II concede più libertà all'opinione pubblica e promette l'abolizione della servitù della gleba. Dostoevskij partecipa con entusiasmo al nuovo clima e fonda insieme a suo fratello  Michail la rivista “Il tempo”, dove per più di due anni pubblica le sue opere (fra cui spicca il romanzo Umiliati e offesi) ed elabora la teoria del "ritorno al suolo": dopo secoli di divisione e ostilità, in Russia la minoranza privilegiata deve riconciliarsi con la massa del popolo.

Le aspettative di Dostoevskij vengono però deluse: i contadini, liberati dalla servitù nel 1861, sono mantenuti in una condizione di sfruttamento economico (le terre restano in gran parte agli ex proprietari) e dalle riforme non nasce una società più democratica e solidale, ma al contrario il paese cade sempre più in balia di grandi gruppi di speculatori.

Le amare esperienze politiche e personali tolgono a Dostoevskij la fiducia nella capacità dell'uomo di conseguire la felicità con le proprie forze, e lo scrittore finisce per aggrapparsi alla religione: “La vita è una continua lotta fra l'impulso all'egoismo e un istinto alla solidarietà e all'amore che non si può spiegare razionalmente ma che è ispirato direttamente da Dio: "Il diavolo lotta con Dio, e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini".

Afferma che  la civiltà europea  è troppo cinica e individualista per poter fare a meno della violenza e dello sfruttamento; non così il popolo russo, che sotto la scorza della miseria e dell'ignoranza ha saputo conservare l'istinto della solidarietà: "Diventare un vero russo significa forse pronunciare la parola definitiva della grande armonia universale, della concordia fraterna fra tutti i popoli secondo la legge evangelica di Cristo". A trovare questa "parola definitiva" Dostoevskij ha dedicato il suo talento e la sua vita.